martedì 26 maggio 2009

COSA C'E' DI NUOVO

*USA

C'era davvero bisogno di un nuovo universo supereroistico? Visto che lo stesso sta per sbarcare in pompa magna anche in Italia, c'è da sperare quantomeno che ne sia valsa la pena. Speranze non del tutto infondate, visto che tra gli autori responsabili del progetto figurano artisti del calibro di Mark Waid (Kingdom Come, Legione dei Supereroi), J.M. DeMatteis (L'ultima caccia di Kraven, Justice League of America) e Keith Giffen (Lobo, Annihilation). Il prossimo giugno, quindi, grazie alla temerarietà dei tipi della Italycomics, i più curiosi tra voi avranno l'opportunità di leggere tradotti in italiano i titoli supereroistici della Boom! Studios, una (ex) piccola casa editrice di comics che nel giro di pochissimi anni, grazie ad alcune mosse moooolto oculate, è riuscita a ritagliarsi una buona fetta di pubblico nell'inflazionatissimo mercato USA. Nel dettaglio, la proposta della Italycomics prevede quattro serie regolari (in albi da 24 pp. a 3,00 euro cadauno) e una rivista antologica di 96 pp. - intitolata senza troppi fronzoli "BOOM! Magazine" - all'interno della quale saranno presentati tutti e quattro i titoli in un'unica soluzione al prezzo di 10,90 euro. In attesa di poterne parlare meglio, vi segnalo quella che sembra essere la serie-portante dell'intero gruppo di testate, "Irredeemable" (letteralmente, Irredimibile), scritta dal succitato Mark Weid e illustrata da Peter Krause (Power of Shazam); la storia ha come protagonista l'ennesimo emulo di Superman, un alieno dai sensazionali poteri adottato dalla Terra. Dove sta la novità? Che l'eroe si trasforma in uno spietato assassino. Si, e dove sta la novità? Vedremo!

Chissà se arriveranno nel Bel Paese anche le recenti pubblicazioni della IDW Publishing, altra (ex) piccola realtà sorta nel 1999 che oggi si ritrova addirittura a contendersi il terzo posto di maggior editore americano di fumetti con le celebri Dark Horse e Image Comics. Qui in effetti si parla di un vero e proprio "boom", che ha spiazzato un pò tutto il mercato, solitamente "statico" e prevedibile. Il motivo dello strepitoso successo della casa editrice è dovuto, in primis, ai titoli proposti, che puntano prevalentemente sulle licenze cinematografiche e televisive con blockbuster di sicuro impatto come CSI, Transformers, Star Trek, e G.I. Joe., nonchè alla cura grafica con la quale sono confezionati gli albi, realizzati quasi sempre da ottimi autori, tra i quali fanno capolino Steve Niles e Ben Templesmith (cretori della miniserie 30 Days of Night, dalla quale è stato tratto il film 30 giorni di buio), e Ashley Wood (Automatic Kafka, Spawn). Rifuggendo dal genere supereroistico, i Comic-Books della IDW (acronimo di "Idea and Design Works") spaziano tra vari generi, dalla Fantascienza all'Horror, riuscendo ad accalappiare diversi target di lettori.

Nel frattempo Marvel e DC Comics, le due più grandi editrici di comics statunitensi, proseguono senza sosta a sfidarsi a suon di novità che - a dire il vero - hanno poco di sensazionale e (come vedremo) molto di prevedibile. La Casa delle Idee, dopo l'ennesimo sconvolgimento operato dalla saga Secret Invasion (attualmente in fase di pubblicazione in Italia), prosegue col nuovo maxi-evento Dark Reign, nell'ambito del quale fa la sua comparsa il nuovo super-team dei Dark Avengers (Vendicatori Oscuri). La serie, curata da Brian Michael Bendis (Ultimate Spider-Man, Guerra segreta) ai testi e da Mike Deodato Jr. (The New Avengers) ai disegni, ci presenta una formazione degli "eroi più potenti della Terra" alquanto tetra e ambigua, della quale non vi anticipo niente; sappiate comunque che a molti di voi toccherà storcere il naso. La confusione che riempie le nostre povere testoline diventa però limpida certezza se guardiamo al prossimo - inatteso? - evento, chiamato col nome in codice (ma neanche troppo) "Reborn": l'immagine-teaser diffusa nei giorni scorsi ci mostra una stella bianca su sfondo nero, e ci annuncia che la sorpresona ci sarà rivelata il 4 luglio, giorno dell'Indipendenza americana. Mi pare di capire, se tanto mi dà tanto, che è tempo di resurrezioni in casa Marvel. Preparatevi, dunque, il ritorno dell'originale Capitan America sembra proprio imminente; a scrivere la storia è stato chiamato lo stesso autore che lo ha "ucciso", Ed brubacker (Daredevil, Iron Fist), mentre ai disegni c'è l'ottimo Bryan Hitch (Ultimates, The Authority).

Medesimi toni "oscuri" (e altrettante resurrezioni) anche alla Distinta Concorrenza, che si appresta a lanciare l'evento Blackest Night, saga cosmica che (manco a dirlo) promette di sconvolgere l'intero Universo DC. Preparatevi infatti all'arrivo del terribile Corpo delle Lanterne Nere, i cui anelli sembra scelgano come portatore un morto!!! Come dite? No, sono sicuro che l'evento non si chiami Dc Zombie. E' proprio Blackest Night, e sarà diretto da Geoff Johns, uno degli autori di punta della casa editrice, al momento al lavoro sulla serie regolare di Lanterna Verde, dalla quale si snoderà l'intero Crossover.

Dando invece un'occhiata alle uscite della licenziataria italiana della Dc, la Planeta DeAgostini, vi segnalo l'uscita di "Batman: Gotham county line", corposo volume di 160 pp. (15, 95 Euro) che raccoglie in un'unica soluzione l'intera miniserie originale in tre parti disegnata dal bravo Scott Hampton (Hellraiser, Sandman) e soprattutto scritta da Steve Niles (sempre lui!), due autori che sono una garanzia quando si tratta di atmosfere cupe e dark, da sempre graditissime ai fans dell'uomo-pipistrello.

*ITALIA

Cosa propone nel frattempo il mercato di casa nostra? Beh, direi che questo mese le novità sono davvero succulente e di ottima qualità. Bando alle ciance, dunque, e passo subito a dare il benvenuto alla nuova rivista-contenitore di Coniglio Editore, ANIMAls (100 pp a colori, Euro 5,00), una pubblicazione - come recita il comunicato stampa della stessa casa editrice - figlia delle riviste a fumetti degli anni '70 e '80 (...) che guarda però al presente. A sfogliare la rivista, in effetti, il paragone a Corto Maltese, Alter Alter e Linus sorge spontaneo, e meno male. Se come me amavate - e amate tuttora - quel genere di format, non potete perdere questo primo numero di ANIMAls, che accanto alle storie a fumetti presenta numerose rubriche, articoli illustrati e racconti inediti; molti i nomi celebri presenti per questa inaugurazione: da Davide Toffolo (Piera degli spiriti) a Marco Corona, da Vanna Vinci (Guarda che luna, La bambina filosofica) al mitico Filippo Scòzzari (fondatore di Frigidaire). Impreziosisce il tutto la bella copertina di Gipi. Che dire: auguri!!!

E a proposito di riviste-contenitore, esce anche il nuovo numero di MONO (48 pp. Euro 6,90), il sesto per la precisione, come sempre firmato Tunuè. In questo volume, che ha per tema i classici della letteratura, decine di autori si cimentano in riletture e interpretazioni in chiave fumettistica di alcuni grandi romanzi e personaggi della letteratura, da Pinocchio a Moby Dick, da Sherlock Holmes a Dracula. Prestigiose le firme: Alfredo Castelli (Martin Mystere, L'Omino Bufo), Giuseppe Palumbo (Cyborg, Ramarro), Marco Bianchini, Marco Petrella, Vittorio Giardino e tanti altri!!!

E' con un certa commozione che vi segnalo adesso un volume che, da palermitano, sento particolarmente vicino. Un Graphic Novel da leggere assolutamente, ispirato a una storia vera. Si tratta del bellissimo "Peppino Impastato - Un giullare contro la mafia" (128 pp. in b/n, Euro 14,00), realizzato dai bravi Marco Rizzo ai testi e Lelio Bonaccorso ai disegni, due giovani autori siciliani che attraverso un meticoloso lavoro di ricerca e ricostruzione sono riusciti a deliniare un ritratto commovente e appassionante della figura di Peppino Impastato, icona giovanile della lotta al potere politico-mafioso. Il libro è uno straordinario mix di poesia e impegno civile (come lo era lo stesso peppino) ed è uscito lo scorso nove maggio in concomitanza col 31° anniversario dell'assassinio, per i tipi di Becco Giallo, casa editrice da sempre attenta ai grandi temi dell'attualità e della società contemporanea.


Bene. Mi permetto di darvi un paio di consigli per le vostre (spensierate) letture sotto l'ombrellone. Quando si parla di fumetto italiano, non si può prescindere da Sergio Bonelli Editore, che come di conseuto nella stagione estiva propone un calendario fitto di uscite. Se siete in procinto di entrare in vacanza e avete - finalmente - mooolto tempo da dedicare alla lettura, potete tranquillamente fiondarvi sul'ultima mastodontica ristampa Dylandoghiana: il n. 17 della serie Dylan Dog Grande Ristampa (ben 304 pp. in b/n al prezzo di 5,70 euro) ripresenta in un unico volume le mitiche storie Il mistero del tamigi, Ai confini del tempo e Il male, realizzate da autori quali Tiziano Sclavi, Luigi Piccatto, Bruno Brindisi e Corrado Roi. Altro bel malloppone è il Martin Mystere Gigante n.13 (232 pp. in b/n, Euro 5,80), contenente la stroria "La sindrome di Matusalemme": imperdibile per tutti gli appassionati del detective dell'impossibile; ai testi, il "papà" Alfredo Castelli, ai disegni Roberto Cardinale e Alfredo Orlandi.

Ok, ho finito! Buona lettura!!!!

lunedì 18 maggio 2009

REALTA' E IMMAGINAZIONE /Pt.1

Di Francesco De Paolis


Realtà e immaginazione, si sa, spesso sono interdipendenti. A volte in maniera del tutto imprevedibile. L'ultimo caso è quello del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, recentemente comparso nelle vesti di coprotagonista in ben due fumetti amatissimi dal pubblico americano e non, ovvero Savage Dragon e il celeberrimo Uomo Ragno!

Ma non è certo la prima volta che realtà e fantasia si con-fondono...

Ad esempio durante la Seconda Guerra Mondiale, i primissimi albi di supereroi editi da Marvel e Dc mostravano Hitler, Mussolini e uno stuolo di generici giapponesi malmenati allegramente dagli impavidi eroi americani: Capitan America, Namor, il Sub-Mariner, Superman, Capitan Marvel Jr. e molti altri personaggi più o meno conosciuti affiancavano l'esercito alleato umiliando puntualmnte le truppe naziste. In questa maniera si voleva instillare nei giovani lettori americani un senso di fiducia e dare una visione vincente ed eroica dei loro parenti, amici o semplici connazionali impegnati al fronte.

Neanche la Disney si è sottratta alla propaganda anti-nazista: esiste infatti un cartone con protagonista Paperino, datato 1943, dal titolo “Der Fuhrer’s Face”, dove lo sfortunato papero è un nazista (!) addetto al montaggio in una fabbrica di bombe, vessato dai suoi superiori e costretto a salutare continuamente una foto del Fuhrer, salvo poi scoprire che si trattava solo di un incubo, e di trovarsi ancora nei suoi cari, vecchi Stati Uniti!
Ma è sicuramente Topolino il character disneyano che, nel bene e nel male, si è più trovato a collidere con la realtà. Personaggio/trademark della Disney, si è diffuso capillarmente in tutto il mondo in oltre ottant’anni di avventure a fumetti, cartoni, film d’animazione e attraverso uno sterminato merchandising, diventando un icona dell'America ma anche l’emblema (non-vivente) della teoria delle conseguenze inattese. Avrebbe mai potuto immaginare infatti, il caro vecchio Walt, che la sua creatura avrebbe smosso interessi finanziari tali da influenzare le leggi americane sul copyright, facendo spostare di continuo in America la data in cui un’opera, alla morte dell’autore, diviene di pubblico dominio? O, ancora più improbabile (se non da futuro distopico), che un epigono del tutto simile al simpatico eroe venisse sfruttato dai fondamentalisti islamici per macabre lezioni televisive atte ad educare i bambini alla guerra?

Il “Topolino fondamentalista” in questione si chiamava Farfur, ed era l’ospite fisso di
Pionieri di domani”, una trasmissione per ragazzi di Al-Aqsa TV, la rete ufficiale di Hamas in Palestina. Insegnava ai bambini come utilizzare e riconoscere le armi, e li indottrinava/educava all’odio razziale e religioso. Parlo al passato perché, nell’ultima puntata, pare si sia “immolato” per la causa (sigh).
In Occidente abbiamo potuto assistere a un fenomeno diametralmente opposto: vi sono stati infatti personaggi che, nonostante lanciassero messaggi di giustizia e fratellanza, sono stati altrettanto bistrattati e malvisti dalla critica, come dispensatori di sentimenti d'odio e cattivi valori.

Un esempio lampante in questo senso è quello italiano, dove, alla fine degli anni '70, si assiste all'“invasione nipponica” degli schermi televisivi; certa critica "ufficiale", abituata ai cartoni "politicamente Corretti" di Disney e Hanna & Barbera, accusò gli Anime di violenza insensata e gratuita. Protagonisti di questi cartoni erano soprattutto i celeberrimi “robottoni” come Goldrake, Mazinga Z e Jeeg robot d'acciaio, impegnati nel difendere il pianeta Terra da spietati invasori alieni.
Una delle caratteristiche peculiari di queste serie, al contrario della sostanziale "immobilità" e del persistente buo
nismo di quelle americane, era fondamentalmente la marcata "umanità" dei suoi personaggi, che si evolvevano e crescevano attraverso esperienze spesso dolorose. Al contrario di quanto è stato detto e scritto all'epoca, vi era una valenza educativa in questi eroi e nei loro antagonisti: sia "buoni" che “cattivi” non erano monodimensionali, ognuno di loro soffriva e aveva le sue ragioni, suggerendo implicitamente che il mondo non è tutto bianco o nero, e che "male" e "bene" non sono affatto concetti assoluti.

Va detto che ciò che culturalmente differenzia l’animazione giapponese da quella occidentale (e quindi il modo in cui vengono percepiti dall’opinione pubblica i cartoni animati) è che essa produce vari tipi di serie indirizzate espressamente a diversi target e diverse fasce d’età, quindi contenenti anche tematiche destinate a un pubblico più "maturo", in luogo dei nostri che, solitamente, sono rivolti esclusivamente ad un pubblico di bambini in età pre-adolescenziale.
Complice una certa disinformazione imperante sull’argomento, l’italiano medio di solito confonde il termine “tematiche adulte” con la pornografia: per la stragrande maggioranza della popolazione gli stessi termini “Anime” e "manga” sono sinonimi di materiale erotico, che in realtà è solo una delle possibilità espressive del mezzo (questo particolare genere viene definito Hentai), al contrario molto vasto in termini di contenuti.

Una delle serie giapponesi più "adulte" che si possano citare è senz'altro quella di Ken il Guerriero, tra l'altro un vero e proprio "cult" televisivo degli anni '80. Molti critici le hanno voluto imputare effetti negativi sul giovane pubblico di telespettatori, spesso senza il minimo nesso logico. E' stato detto ad esempio, in maniera del tutto infondata, che il protagonista abbia indotto i giovani a lanciare sassi dai cavalcavia; un collegamento che balza subito all’occhio per la sua assurdità: in nessun episodio di Ken Shiro si assiste ad un simile gesto. Si tratta dunque di una delle tante etichette negative di cui si serve certa stampa sensazionalistica per creare un caso mediatico. Pare chiaro invece che fu proprio la diffusione da parte dei media di pochi, isolati gesti di questo tipo, a “lanciare la moda” (mi si perdoni l’involontaria battuta) dei sassi gettati dai cavalcavia.

Ma la diffidenza e la paranoia nei confronti di certi personaggi di fantasia non è di casa solo in Italia. Nel 1978, nella serie animata dei Fantastici Quattro, la Torcia Umana venne sostituita dal robottino Herbie, per paura che i bambini, per spirito di emulazione, si facessero del male imitando il focoso eroe. Da questa risibile vicenda il cartoonist John Byrne prese lo spunto per una storia molto struggente e drammatica del celebre Quartetto, dove assistiamo alla triste storia di un ragazzino troppo solo, il cui idolo nella vita è proprio Johnny Storm, la Torcia Umana. Preso dalla disperazione e dalla vana speranza di poter imitare la sua grandezza, il ragazzo si getta addosso della benzina e si dà fuoco, rimanendo gravemente ustionato; morirà in un letto d'ospedale, non prima di essere raggiunto al capezzale da Johnny, la cui presenza allieta i suoi ultimi istanti. La tragedia manda l’eroe in crisi, il quale non può evitare di tormentarsi, pensando addirittura di cessare la sua attività supereroica. Solo l'intervento di una presunta entità cosmica, che rivela il perché e il percome il bambino sia giunto a quel punto (il suo essere costantemente ignorato e deriso) lo sgrava dal senso di colpa.

Neanche Spider-Man è passato immune alla censura. Ne L'ultima caccia di Kraven, fumetto-capolavoro di J.M. DeMatteis e Mike Zeck pubblicato nel 1987, si narra del disagio psichico di uno storico nemico del celebre arrampicamuri, Kraven il cacciatore. La storia ebbe bisogno di una "appendice”, pubblicata ben cinque anni più tardi, per venire incontro alle continue lamentele di alcune madri che ritenevano altamente diseducativo il messaggio di fondo della saga, che - a detta loro - sembrava lodare e giustificare il comportamento del criminale, che alla fine muore suicida.

Un "semplice" fumetto, quindi, non solo può ispirarsi alla realtà, ma può anche influenzarla tangibilmente, rilasciando echi di varia natura nel tessuto sociale; può farlo scatenando polemiche o fornendo una prospettiva inedita di culture e tendenze diverse da quelle dominanti, o ancora letture controverse di eventi storici.
Nel primo caso (il più frequente), a suscitare scalpore può essere una svolta epocale nella vita di un personaggio entrato di diritto nell’immaginario collettivo, come avvenne ad esempio con la morte di
Superman, o col matrimonio gay fra Apollo e Midnighter, coppia omosessuale di supereroi corrispettivi dei canonici Batman e Superman. Nel secondo, opere come le splendide graphic novel Maus di Art Spiegelman, incentrata sull'Olocausto, o come Persepolis, di Marjane Satrapi, che racconta la repressione operata dal regime iraniano.
C'è poi il caso della celebre storia di Spider-Man, realizzata da J.M. Straczynski e John Romita Jr., dedicata agli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001

La Marvel in particolare è sempre stata legata ai grandi temi contemporanei, inevitabilmente verrebbe da aggiungere, data la (felice) decisione di ambientare le avventure dei suoi personaggi non in città fittizie (come fa ad esempio la sua rivale di sempre, la DC Comics) bensì realmente esistenti, in primis proprio New York City. Nel corso degli anni, nei suoi albi abbiamo assistito alle rivolte studentesche negli anni ’60 e ’70, alla guerra del Vietnam, e i lettori si sono conforntati coi disagi provocati dai problemi razziali e della droga (Harry Osborn, Cloak and Dagger), come anche alla spietatezza del sistema economico americano, che spesso getta a terra i propri cittadini senza aiutarli a rialzarsi (Devil: Rinascita), fino al già citato attacco alle torri gemelle.
Insomma, i fumetti Marvel fungono un po’ da “termometro sociale” degli Stati Uniti, come ha dimostrato anche in tempi recenti la maxi-saga
Civil War dove, tramite il confronto tra due fazioni distinte di supereroi pro e contro la Registrazione dei Superumani (un’occasione di miglioramento per i primi, una schedatura fascista per i secondi), ha messo in scena lo scontro ideologico che sta vivendo adesso l’America post 11/09: la sicurezza viene prima di tutto, anche delle libertà personali?

Un approccio totalmente nuovo al mondo dei supereroi, ancora più rivolto al realismo si ha con la controversa serie Authority, Pubblicata dalla Wildstorm-DC Comics e creata dallo scrittore Warren Ellis e dal disegnatore Bryan Hitch nel 1999; si tratta di una versione assolutamente "politically Scorrect" della Justice League of America (supergruppo Dc all'interno del quale militano Batman, Wonder Woman e Superman) dove i Supereroi decidono di non volersi limitare a proteggere e mantenere lo Status Quo, bensì di intervenire attivamente nelle questioni geopolitiche, sedando o provocando guerre…

Ne riparleremo!



domenica 17 maggio 2009

LUNGA VITA AL RE! /Pt.1

Di Sabatino


THE KING

E’ difficile parlare di Jack Kirby senza essere banali; alla sua figura sono state dedicate decine e decine di saggi e articoli apparsi un po’ ovunque, nelle riviste specializzate e non. Ciononostante, tutto l’inchiostro versato può solo parzialmente rendere quello che quest’uomo geniale ha rappresentato per il mondo del fumetto e, di pari passo, per l’immaginario collettivo della sua generazione e di quelle a venire. Dalla sua matita emerge un talento eclettico e visionario, nutrito di una cultura fantascientifica letteraria e allo stesso tempo popolare, dalla quale emergono le sue avveniristiche architetture aliene, i suoi complessi macchinari tecnologici, i suoi androidi spaziali dalla pelle dura come il cemento.
Ma la capacità di “inventare” di Kirby, di creare grandi affreschi dinamici, è palese soprattutto nel suo personalissimo impiego delle figure: la “potenza” del suo tratto - tra l’espressionismo e il caricaturale - l’energia che sprigiona dai movimenti, sono qualcosa di assolutamente rivoluzionario per i tempi in cui uscirono; fu Kirby, tra l’altro, a rompere la tradizionale composizione della tavola in rigidi pannelli, sperimentando diversi formati di vignetta, con vigorose immagini che strabordano da essa, quasi a voler colpire in pieno l’occhio del lettore. Basta sfogliare un qualsiasi fumetto di Kirby per comprendere il potere suggestivo delle sue storie, la funzionalità emotiva dei suoi visi e dei suoi corpi, e per immergersi in quel famoso Sense of Wonder che da sempre circonda questo tipo di produzione.

E’ per questo che, quando li si sfoglia, si può esser certi di non sprecare l’appellativo di Arte, se si ammette che in certi casi questa possa convivere con la produzione commerciale. Nel caso di Kirby l’arte non solo convive con la produzione, ma ne è stata il motore: perché dopo il suo passaggio la macchina-Marvel non si è più fermata, fino a diventare il colosso mondiale che è oggi.

Molto del merito, senza dubbio, è stato proprio di Jack, ufficialmente il co-creatore di una serie sbalorditiva di celebri personaggi, da Capitan America a Thor, dai Fantastici Quattro agli X-Men, anche se mai riconosciuto come “padre” dello stesso mitologico Universo. Epiteto, questo, da sempre attribuito al “sorridente” Stan Lee. Quando se ne è andato, lasciando un vuoto incolmabile nel mondo dei Comics, Kirby se ne andato consapevole e orgoglioso dell’eredità lasciataci, e fiero di una carriera ricca di successi, seppure – forse – lasciando dietro di sé questo rammarico; la sua ingenua “superbia”, molto più dignitosa di una ostentata falsa-modestia, lo spinse nel 1990 a rilasciare una storica e controversa intervista al Comics Journal, all’interno della quale, attribuendosi l’esclusiva paternità dell’Universo Marvel, tingeva un ritratto per nulla lusinghiero del suo ex-collega Stan. L’intervista non mancò di suscitare polemiche e sollevare domande, anche in Italia, dove divenne un acceso argomento di discussione tra gli appassionati. Nel corso di questo articolo ne pubblicherò qualche stralcio, non con l’intento di riaccendere i fuochi della diatriba (tra l’altro già “risolta”), quanto piuttosto di fornire un ulteriore tassello a quello che vuole essere – prima di tutto – un semplice e sentito omaggio all’arte e all'opera del “Re”.

DAI CARTOON AI COMIC-BOOKS

Jack visse la sua infanzia nel ghetto ebreo del Lower East Side; si sa che maturò sin da giovanissimo l’amore per il disegno e che già a quattordici anni sottopose i suoi lavori al New Yorker, sperando di lavorarvi come illustratore. Nel 1935, appena diciottenne, prese a lavorare come intercalatore nello studio d’animazione dei Fratelli Fleischer, collaborando ad alcuni dei tanti gioielli animati di Betty Boop e Popeye (Braccio di Ferro). Ma il suo vero obiettivo erano i Comic-Books, che all’epoca cominciavano a dare bella mostra di sé nelle edicole: << Cercai di venir via di là il prima possibile, perché non sopportavo quel tipo di lavoro (…). La Fox era una casa produttrice di strisce per i quotidiani, e ci giunsi dopo aver bussato a diverse porte >>. Kirby rimase alla Fox Feature del maestro Will Eisner fino al 1940, lavorando su svariate serie, ma guadagnandosi la sua prima importante affermazione, con le strisce di Blue Beetle, firmate con lo pseudonimo di Charles Nicholas, fino a quando, in onore al personaggio di Alex Raymond Rip Kirby, assunse definitivamente il nome di Jack Kirby.

E’ in questo particolare momento che avviene l’incontro con Joe Simon e l’assunzione alla Timely (futura Marvel Comics) di Martin Goodman, per la quale i due creano Capitan America, l’eroe destinato ad incarnare le paure e le speranze del popolo americano. Con Simon Kirby entra subito in sintonia; i due giovani aprono un uffico a Tudor City e cominciano a produrre fumetti completi, con l'intento di proporli agli editori per venderli: << Dovevamo creare qualcosa che vendesse, e vendeva ciò che somigliava a Superman. Capitan America era rivoluzionario, dinamico. La scelta di un nemico come Hitler, con le nuvole di guerra che si stagliavano all’orizzonte, era il massimo che potessimo pensare, e di conseguenza l’eroe positivo avrebbe dovuto incarnare la linfa dello spirito americano >>.
Simon e Kirby capirono che gli Usa, appena reduci da una grave crisi economica ed in procinto di entrare in guerra, avevano bisogno di un eroe particolare, di un simbolo che ne incarnasse lo spirito libertario. Nacque così questo forte e temerario paladino della libertà vestito coi colori della bandiera americana, impegnato a combattere non bande di alieni invasori, bensì il ben più temibile spauracchio Nazista. La funzione propagandistica di questo primo Capitan America è palese, e non fu mai negata da Kirby che, ebreo, aveva i suoi buoni motivi di avercela coi tedeschi; lavorò ai primi 35 episodi, divertendosi a rappresentare gli esponenti dell’Asse Roma-Berlino come dei mostri bavosi senza scrupoli e pietà. A parte questo, conferì alle scene di battaglia uno stupefacente “senso dell’Azione”, cominciando a sperimentare sulle figure – disposte all’interno di spettacolari splash-pages - le sue celebri ed enfatiche pose plastiche; certo, siamo ancora distanti dalla piena maturità del suo stile, ma il talento del giovane Kirby è innegabile.
Cap riscosse un immediato successo e la “ditta” Simon & Kirby divenne sinonimo di fumetti di qualità.

Con la fine della guerra però il personaggio di Capitan America - che aveva la sua ragione d’essere proprio nel conflitto mondiale - perse il suo fascino, le vendite calarono vertiginosamente fino a costringere la Timely alla chiusura della testata. La coppia Simon-Kirby proseguì incessantemente a sfornare albi, lavorando sui più svariati titoli: verso la metà degli anni ’50 i due avevano realizzato storie praticamente per tutte le case editrici di Comics, dalla Archie alla National (futura DC), dimostrando di saper gestire egregiamente ogni tipo di genere; come racconta lo stesso Kirby, gran parte del loro successo era frutto di felici intuizioni ma anche di scelte oculate, come accadde con gli albi “romantici”: << C’erano già i “Pulps”, romanzi a dispense con storie d’amore, e c’erano delle apposite sezioni sui quotidiani. Per non parlare del Cinema. Come ti guardavi intorno, non trovavi che storie d’amore! Così mi venne in mente che non ci eravamo mai occupati di storie di quel genere: io e Joe passammo una notte intera a riflettere e alla fine uscì un titolo...>>.

Le vendite diedero ragione ai due autori e Young Romance, riconosciuto come il primo Comic-Book “romantico”, fece scuola. Ma Simon e Kirby continuarono ad occuparsi ovviamente anche di Supereroi (Guardian & the Newsboy Legion, Manhunter), lavorando insieme fino al 1956, anno in cui Simon abbandonò definitivamente i fumetti per dedicarsi alla pubblicità. Kirby, rimasto da solo, continuò a collaborare con la National, illustrando alcune storie di Green Arrow e, soprattutto, creando gli Esploratori dell’Ignoto (The Challengers of Unknow), un quartetto di eroi coinvolti in avventure fantastiche e soprannaturali, che fece da vero e proprio “ponte” per la creazione, qualche anno più tardi, dei Fantastici Quattro.

Alle soglie dei ‘60 Kirby viene richiamato alla Timely, ora diventata Atlas e diretta da un giovane di nome Stanley Lieber, in arte Stan Lee. Ufficialmente, con lui Kirby cominciò a realizzare decine di storie Western e Horror, fino a quando, un giorno << Andai agli uffici della Marvel e c’era della gente che stava portando via la mobilia. Ma io avevo bisogno di lavorare! Avevo una famiglia e una casa, e all’improvviso la Marvel chiudeva i battenti! Stan Lee stava piangendo, su una sedia. Non sapeva che fare, era appena uscito dall’adolescenza. Gli dissi di non piangere. Gli dissi: “Và da Martin (Goodman, N.d.A.) e digli di smettere di smantellare tutto; gli farò vedere che è possibile riprendersi, con dei buoni fumetti >>.

BIG-BANG

<< Quando sono andato a lavorare alla Timely ho incontrato Stan Lee, era un ragazzino di 13 anni circa. Con Joe (Simon, N.d.A) stavamo ancora facendo Capitan America. Era uno scocciatore, ma non potevo far nulla contro di lui perché era il cugino dell’Editore, andava su e giù per New York a fare le commissioni che gli chiedeva. Poi, quando tornai alla Marvel alla fine degli anni Cinquanta, ovviamente ce lo ritrovai >>.

Già da queste brevi parole di Kirby emerge subito la sua scarsa simpatia nei confronti di Lee, l’uomo unanimemente considerato il papà dell’Universo supereroistico più famoso (e remunerativo) al mondo. In particolare, l’idea innovativa attribuita a Lee è quella dei “Supereroi con Superproblemi”: il pubblico, stanco di confrontarsi con imbattibili uomini d’acciaio, aveva bisogno di qualcosa di più vicino a sé, che affrontasse le sue stesse paure quotidiane; non alieni umanoidi, bensì uomini travolti da una situazione aliena: gli eroi in costume presero così a considerare i propri superpoteri più come una maledizione, che come un dono; mentre Superman nascondeva la sua superiorità dietro l’aspetto comune di Clark Kent, loro ERANO persone comuni costrette ad indossare una maschera per preservare le loro vite private dalla diffidenza e dal disprezzo dei coetanei (Spider-Man).

Fu spinto da questa idea di base che esplose, come in un grande Big-Bang, l’Universo Marvel: nel 1961 arrivarono i Fantastici Quattro, seguiti a ruota da Thor, Hulk, Iron Man e gli X-Men, fino al “ripescaggio” di Sub-Mariner e Capitan America. Come è noto, Il successo fu senza precedenti e ridefinì per sempre il modo di concepire il genere. Kirby, ben temprato da anni ed anni di lavoro nel campo, realizzò centinaia di tavole avvincenti, definendo per la prima volta i caratteri topici dei singoli personaggi, dalla pelle rocciosa della Cosa al viso deforme di Hulk; mese dopo mese fissò sempre di più il suo tratto pulito ma possente, agendo sulle figure in maniera volutamente eccessiva rispetto ad un trattato di anatomia classica, ma conferendogli una dinamicità assolutamente perfetta per il Medium-Fumetto. Grazie anche alla rivoluzionaria disposizione delle vignette all’interno della tavola, gli eroi di Kirby balzavano alla volta dei nemici rompendo la prospettiva, sferrando pugni che sembravano quasi poter raggiungere il lettore; ma dalla dalla sconfinata fantasia del Re uscirono anche Villain indimenticabili: sia che fossero mostri mutati dall’aspetto ripugnante, che alieni corazzati dalle tute cibernetiche, rappresentarono qualcosa di mai visto prima. Così come le iper-tecnologiche città aliene e le colossali navicelle spaziali che scendevano sulla terra, col loro carico di androidi senzienti.
Nel giro di qualche anno, Kirby aveva praticamente dato forma e sostanza a tutti i nuovi personaggi della Casa delle Idee, lavorando su decine e decine di albi…

Sebbene velocissimo nel realizzare gli episodi, si ritrovò ben presto sommerso di lavoro; motivo che spinse Lee (che era pur sempre il “Direttore Artistico” della casa editrice) ad assegnargli le sole matite delle tavole, lasciando ad inchiostratori, coloristi e letteristi, il compito di completarle per la stampa. Ed è qui, secondo la versione del Re, che casca l’asino. Lee infatti, a suo dire, sarebbe “reo” di una totale inezia sul lavoro: << Io e lui non abbiamo mai collaborato a niente! Non gli ho mai visto scrivere nulla. Le storie che ho disegnato me le sono sempre scritte da solo, sceneggiate e dialogate. Se Lee aveva bisogno di qualche dialogo per una storia, se lo faceva sempre fare da qualcuno dell’ufficio. Io scrivevo i dialoghi sul retro delle tavole, non avevo mai il tempo di fare una sceneggiatura prima (…). A quel punto Stan Lee le passava a qualcun’altro e poi risultava che ne aveva scritto lui i dialoghi. In questo modo guadagnava più soldi che come redattore. Ed è così che è diventato uno scrittore >>.

E ancora: << Stan è considerato il padre dell’Universo Marvel: metteva il suo nome da tutte le parti ed io non sapevo cosa fare (…) A casa scrivevo le storie e gliele consegnavo (…) Prima di scrivere i soggetti glieli accennavo appena per telefono, e a volte non elaborava neanche quelli (…) Non aveva idea di cosa fosse una mutazione, io invece studiavo questo tipo di fenomeni, seguivo i giornali e le riviste di fantascienza (…) uscii fuori con personaggi che nessuno aveva mai visto prima. Erano i Fantastici Quattro, e Thor…Anche i loro nomi li ho inventati io (…). Poi creai anche l’Uomo Ragno, e decidemmo di affidarlo a Ditko. Io disegnai la prima copertina dell’Uomo Ragno. Inventai il personaggio, il suo costume e le idee per le sue storie, ma non potevo fare tutto. Ditko era l’uomo giusto per disegnarlo, e fece un ottimo lavoro >>.

Nell’intervista al Comics Journal Kirby parlò ancora, a ruota libera, del suo primo periodo alla Marvel, rivelando numerosi “retroscena” sulla genesi dei suoi Supereroi e sollevando, chiaramente, un vespaio di polemiche attorno all’argomento. Ma a mio avviso, ciò che prima di ogni cosa traspare dalle parole di Kirby, è una sorta di rabbiosa malinconia per non aver ricevuto quel riconoscimento che – almeno in parte – era convinto gli spettasse di diritto.

Al di là del tono astioso e forse anche un pò megalomane delle sue affermazioni (…Anche il Sgt. Fury è mio. E anche Pantera Nera...E Silver Surfer), è fuor di dubbio che Kirby collaborò spesso alla stesura delle sceneggiature delle storie che disegnava, introducendo elementi che non erano affatto menzionati nelle trame di Lee; così come è fuori discussione che prima del loro incontro Kirby fosse già una “star” mentre Lee, fino ad allora uno sconosciuto, salì alla ribalta proprio grazie a questa collaborazione. Ma è altrettanto vero che, insieme a lui, Kirby raggiunse risultati che non aveva mai raggiunto (né mai più raggiunse) da solo. Pertanto è lecito pensare che Lee fungesse sì da “ispiratore”, dando l’idea e lo spunto per le storie, ma che il resto lo lasciasse volentieri fare al Cartoonist.
Situazione che, alla fine, portò alla rottura: << I dirigenti si resero conto a poco a poco che stavo rendendo dei bei soldini. Dico i dirigenti ma mi riferisco ad un solo individuo. Stavo guadagnando più di lui…E accadde che lui cominciasse a pensare “Và all’inferno, questa roba me la prendo io” (…) e alla fine un uomo che non ha mai scritto una riga in vita sua (…) si è preso tutti i crediti come sceneggiatore (…) Non mi andava la situazione che si era creata, e dovevo comunque lavorare. Così andai alla DC, e cominciai a creare nuovi personaggi per loro >>.

Erano gli inizi degli anni ’70; la DC Comics accolse il Re a braccia aperte…
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Vai alla seconda parte: LUNGA VITA AL RE /Pt.2


LUNGA VITA AL RE /Pt.2


ALLA DC

In seguito ai profondi disaccordi con Lee, agli inizi degli anni ’70 Kirby tornò alla
DC Comics, che << all’epoca non era poi quella grande alternativa che è diventata in seguito >>. Eppure – perfettamente conscia del suo “peso” nella scena – la Casa Editrice diretta concorrente della Marvel lasciò al cartoonist “carta bianca” sul tipo di storie e personaggi da inventare; un tipo di approccio che fece sentire kirby come in << una specie di paradiso, anche perché potevo fare qualcosa firmandolo personalmente, e mi sentivo libero >>.
Così iniziò a dare vita a quella che tuttora appare come la sua opera più imponente: la saga dei Nuovi Dei (New Gods), nota anche con il nome di Quarto Mondo (The Jack Kirby's Fourth World). La saga, composta da un trittico di titoli separati, segna la nascita di alcuni personaggi divenuti in breve tempo parte integrante dell’Universo supereroistico DC (Big Barda, gli Immortali di Nuova Genesi ma soprattutto il malvagio Darkseid), e diventa il più grande affresco cosmico mai realizzato da Kirby, che qui raggiunse la piena maturità della sua arte grafica: la maestosità degli scenari alieni, le costruzioni megalitiche e ipertecnologiche, il design dei personaggi…Tutto era perfetto, esattamente come ci si aspettava da uno del suo calibro.

Eppure, nonostante si trattasse di uno straordinario spettacolo grafico, la sceneggiatura della saga fu considerata troppo semplicistica, nella sua classicheggiante lotta tra le forze del bene e quelle del male…

I tempi erano inesorabilmente cambiati, e i Comic-Books si apprestavano ad entrare nell’era dell’impegno: la famosa ricetta “supereroi con superproblemi” inaugurata dalla Marvel di Stan Lee aveva trovato degli ottimi proseguitori in autori come Marv Wolfman e Chris Claremont, che iniziarono a incentrare le loro trame sempre di più sui problemi reali della società americana: è il periodo nel quale Harry Osborn, il migliore amico di Peter Parker (alias l’Uomo Ragno) comincia a fare uso di LSD, nel quale gli X-Men sono alle prese con il forte sentimento razzista nei confronti dei mutanti e nel quale Capitan America smette i panni del vendicatore a stelle e strisce, ferito nei suoi sentimenti patriottici dopo aver scoperto la cospirazione di alcuni apparati governativi.

I Nuovi Dei creati per la DC erano dunque l’ultimo strascico di una stagione meravigliosa, ma ormai inesorabilmente finita. Insomma, fatto stà che tutti e tre i titoli della serie non superarono i 12 numeri, deludendo sia l’ambizione di Kirby che le aspettative della dirigenza DC; verranno riscoperti e rivalutati più tardi, entrando di diritto tra i “classici” della sterminata produzione Kirbyana. L’artista comunque non si arrese e creò il personaggio di Kamandi, giunto anche in Italia grazie alla celebre Editoriale Corno diretta da Luciano Secchi; paradossalmente questo, che doveva essere uno dei suoi progetti minori, riscosse invece un discreto successo, forse per le sue tematiche meno “ridondanti” e le atmosfere più vicine alla fantascienza anni ’80 (il grande disastro, l’ambiente ostile, la fine della civiltà umana). In seguito vennero le serie di O.M.A.C. e Demon, anche queste rivalutate solo di recente. E i celebri episodi di Superman con le teste ritoccate da Curt Swan: << (…) Eliminarono tutte le teste di Superman che aveo fatto e le sostituirono con altre (…). E questo mi seccò, perché ognuno ha un modo personale di disegnare i personaggi. Non avevo “maltrattato” Superman, lo avevo fatto possente. (…) Nessuno aveva il diritto di manomettere le mie tavole >>.
Quello che sembrava essere partito con i migliori presupposti, infine naufragò miseramente e nel 1975 il Re tornò in pompa magna alla Marvel, dove riprese ad occuparsi del suo Capitan America, curandone sia i testi che i disegni; anche qui però - nonostante la straordinaria tecnica figurativa - le sue storie risentivano di un’epica ormai “anacronistica”, che non rispondeva al gusto contemporaneo dei lettori.


L’EREDITA’


Lo stesso si può dire per quei capolavori iconografici che furono Machine-Man, Black Panther, Devil Dinosaur e, soprattutto, gli Eterni. Fu su questa celebre serie che Kirby, ansioso di riprendere i fili lasciati in sospeso con i Nuovi Dei, spinse al limite il suo stile unico e potente. Composta da appena 20 storie (19 numeri + un Annual), per molti The Eternals rappresenta il testamento visivo di Kirby, l’ultimo grande capolavoro prima del declino: qui sono presenti tutti i grandi elementi della sua arte e della sua “poetica”, dai complessi macchinari scientifici ai potenti esseri tecno-divini che, manipolando immense quantità di energia, fanno tremare il cosmo; dalle complesse armature biomeccaniche indossate dai Celestiali (qui al loro debutto) ai costumi di Ikaris, Makkari e compagnia. Desideroso di realizzare qualcosa di assolutamente unico, Kirby volle addirittura “fare a meno” del Marvel Universe, e sdoganare le avventure dei suoi personaggi dalla Continuity: nella nuova mitologia degli Eterni infatti non c’è posto per entità come Galactus e Thanos, o per supereroi come i Fantastici Quattro e Silver Surfer; tutto è assolutamente nuovo, vergine, scaturito dalla sua sola fantasia e retto dalla sua sola bravura.

Nonostante la serie degli Eterni fosse stata accolta con grande interesse e stupore dalla critica, le vendite non furono affatto buone; l’affollato mercato di fine anni ’70 (e lo spostarsi del gusto del pubblico verso altri generi) oscurò la genialità della testata fino a decretarne la chiusura, con grande rammarico di Kirby. Nel 1979, ormai stanco e amareggiato, decise quindi di lasciare il mondo dei Comics per tornare a occuparsi di Cinema d’Animazione. Salvo la parentesi Captain Victory per la Pacific Comics (serie sprofondata nel limbo dopo appena 13 numeri), Kirby in effetti uscì dalla scena, lasciando dietro di sé gli echi di una epopea; divenuto ormai una sorta di leggenda vivente, prese a rilasciare interviste come quella al Comics Journal, cominciando a sollevare il polverone legato ai diritti sul suo lavoro e alla paternità dell’Universo Marvel. Nel 1985 intanto la Casa delle Idee annunciò il “ritrovamento” di dozzine di sue tavole inedite: fu addirittura intentata una causa per chi dovesse mantenerne i diritti di proprietà, l’artista o la casa editrice.


Tra polemiche e discussioni, finiva così la carriera del Cartoonist che più di ogni altro ha rivoluzionato il nostro immaginario; l’uomo che in vita aveva attraversato, segnandola, la gloriosa Golden Age dei Supereroi, per poi vederla tramontare e diventare uno dei principali artefici del Rinascimento.


Al momento della morte, avvenuta nel 1994, Jack Kirby ha lasciato qualcosa come 25.000 pagine circa di fumetti, per non parlare delle migliaia di strisce e bozzetti. Alla sua memoria è stato intitolato il premio per autori di fumetti Kirby Awards. Sulla sua tomba, nel cimitero di Thousand Oak, in California, la lapide reca l'incisione di una corona. Perché non importa cosa sia successo nel frattempo; Jack Kirby è stato, e rimarrà per sempre, il Re!
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Bibliografia Essenziale di Jack Kirby

MARVEL - Primo Periodo:

Fantastic Four, 102 Episodi, + 6 Annual (In Italia su Fantastici Quattro Ed. Corno 1/100);
The Incredibile Hulk (I Serie), primi 8 Episodi (L’Uomo Ragno Ed. Corno 55/64);
Iron Man, 4 dei primi 5 Episodi usciti su Tales of Suspence 39/43 (L’incredibile Devil Ed. Corno 23/26);
The Mighty Thor, 87 Episodi + 2 Annual (Il mitico Thor Ed. Corno 1/79);
X-Men, primi 17 Episodi (In Italia su Capitan America Ed. Corno 1/19);
Captain America, 35 Episodi dei 41 apparsi su Tales of Suspence 59/99 + 10 Episodi della testata Captain America (Capitan America Ed. Corno 1/28);

MARVEL - Secondo Periodo:


Captain America, 22 Episodi + 1 Annual (In Italia su Capitan America Ed. Corno 115/122 e Thor & Capitan America Ed. Corno 181/196);
The Eternals, 19 Episodi + 1 Annual (Gli Eterni Ed. Corno 1/19, recentemente ristampati dalla Marvel Italia/Panini Comics nel volume monografico Gli Eterni);
Black Panther, primi 12 Episodi (Fantastici Quattro Ed. Corno 224/245);
Machine-Man, 9 Episodi (Gli Eterni Ed. Corno 20/28).

DC COMICS:

The New Gods, 11 Episodi (Kamandi Ed. Corno 16/26);
Kamandi, 40 Episodi (Kamandi Ed. Corno 1/33);
Demon, 16 Episodi (Classici DC: Demon, Planeta DeAgostini, Vol. Unico).

---------------------------------------------------------------------

Gli stralci dell'intervista del Comics Journal a Jack Kirby sono tratti da All American Comics n°12 del settembre 1990 (ed. Comic Art). Traduzione di Luca Boschi.
Tutta l'opera di Kirby: http://www.kirbymuseum.org/.
Torna alla prima parte: LUNGA VITA AL RE! /Pt.1