domenica 17 maggio 2009

LUNGA VITA AL RE! /Pt.1

Di Sabatino


THE KING

E’ difficile parlare di Jack Kirby senza essere banali; alla sua figura sono state dedicate decine e decine di saggi e articoli apparsi un po’ ovunque, nelle riviste specializzate e non. Ciononostante, tutto l’inchiostro versato può solo parzialmente rendere quello che quest’uomo geniale ha rappresentato per il mondo del fumetto e, di pari passo, per l’immaginario collettivo della sua generazione e di quelle a venire. Dalla sua matita emerge un talento eclettico e visionario, nutrito di una cultura fantascientifica letteraria e allo stesso tempo popolare, dalla quale emergono le sue avveniristiche architetture aliene, i suoi complessi macchinari tecnologici, i suoi androidi spaziali dalla pelle dura come il cemento.
Ma la capacità di “inventare” di Kirby, di creare grandi affreschi dinamici, è palese soprattutto nel suo personalissimo impiego delle figure: la “potenza” del suo tratto - tra l’espressionismo e il caricaturale - l’energia che sprigiona dai movimenti, sono qualcosa di assolutamente rivoluzionario per i tempi in cui uscirono; fu Kirby, tra l’altro, a rompere la tradizionale composizione della tavola in rigidi pannelli, sperimentando diversi formati di vignetta, con vigorose immagini che strabordano da essa, quasi a voler colpire in pieno l’occhio del lettore. Basta sfogliare un qualsiasi fumetto di Kirby per comprendere il potere suggestivo delle sue storie, la funzionalità emotiva dei suoi visi e dei suoi corpi, e per immergersi in quel famoso Sense of Wonder che da sempre circonda questo tipo di produzione.

E’ per questo che, quando li si sfoglia, si può esser certi di non sprecare l’appellativo di Arte, se si ammette che in certi casi questa possa convivere con la produzione commerciale. Nel caso di Kirby l’arte non solo convive con la produzione, ma ne è stata il motore: perché dopo il suo passaggio la macchina-Marvel non si è più fermata, fino a diventare il colosso mondiale che è oggi.

Molto del merito, senza dubbio, è stato proprio di Jack, ufficialmente il co-creatore di una serie sbalorditiva di celebri personaggi, da Capitan America a Thor, dai Fantastici Quattro agli X-Men, anche se mai riconosciuto come “padre” dello stesso mitologico Universo. Epiteto, questo, da sempre attribuito al “sorridente” Stan Lee. Quando se ne è andato, lasciando un vuoto incolmabile nel mondo dei Comics, Kirby se ne andato consapevole e orgoglioso dell’eredità lasciataci, e fiero di una carriera ricca di successi, seppure – forse – lasciando dietro di sé questo rammarico; la sua ingenua “superbia”, molto più dignitosa di una ostentata falsa-modestia, lo spinse nel 1990 a rilasciare una storica e controversa intervista al Comics Journal, all’interno della quale, attribuendosi l’esclusiva paternità dell’Universo Marvel, tingeva un ritratto per nulla lusinghiero del suo ex-collega Stan. L’intervista non mancò di suscitare polemiche e sollevare domande, anche in Italia, dove divenne un acceso argomento di discussione tra gli appassionati. Nel corso di questo articolo ne pubblicherò qualche stralcio, non con l’intento di riaccendere i fuochi della diatriba (tra l’altro già “risolta”), quanto piuttosto di fornire un ulteriore tassello a quello che vuole essere – prima di tutto – un semplice e sentito omaggio all’arte e all'opera del “Re”.

DAI CARTOON AI COMIC-BOOKS

Jack visse la sua infanzia nel ghetto ebreo del Lower East Side; si sa che maturò sin da giovanissimo l’amore per il disegno e che già a quattordici anni sottopose i suoi lavori al New Yorker, sperando di lavorarvi come illustratore. Nel 1935, appena diciottenne, prese a lavorare come intercalatore nello studio d’animazione dei Fratelli Fleischer, collaborando ad alcuni dei tanti gioielli animati di Betty Boop e Popeye (Braccio di Ferro). Ma il suo vero obiettivo erano i Comic-Books, che all’epoca cominciavano a dare bella mostra di sé nelle edicole: << Cercai di venir via di là il prima possibile, perché non sopportavo quel tipo di lavoro (…). La Fox era una casa produttrice di strisce per i quotidiani, e ci giunsi dopo aver bussato a diverse porte >>. Kirby rimase alla Fox Feature del maestro Will Eisner fino al 1940, lavorando su svariate serie, ma guadagnandosi la sua prima importante affermazione, con le strisce di Blue Beetle, firmate con lo pseudonimo di Charles Nicholas, fino a quando, in onore al personaggio di Alex Raymond Rip Kirby, assunse definitivamente il nome di Jack Kirby.

E’ in questo particolare momento che avviene l’incontro con Joe Simon e l’assunzione alla Timely (futura Marvel Comics) di Martin Goodman, per la quale i due creano Capitan America, l’eroe destinato ad incarnare le paure e le speranze del popolo americano. Con Simon Kirby entra subito in sintonia; i due giovani aprono un uffico a Tudor City e cominciano a produrre fumetti completi, con l'intento di proporli agli editori per venderli: << Dovevamo creare qualcosa che vendesse, e vendeva ciò che somigliava a Superman. Capitan America era rivoluzionario, dinamico. La scelta di un nemico come Hitler, con le nuvole di guerra che si stagliavano all’orizzonte, era il massimo che potessimo pensare, e di conseguenza l’eroe positivo avrebbe dovuto incarnare la linfa dello spirito americano >>.
Simon e Kirby capirono che gli Usa, appena reduci da una grave crisi economica ed in procinto di entrare in guerra, avevano bisogno di un eroe particolare, di un simbolo che ne incarnasse lo spirito libertario. Nacque così questo forte e temerario paladino della libertà vestito coi colori della bandiera americana, impegnato a combattere non bande di alieni invasori, bensì il ben più temibile spauracchio Nazista. La funzione propagandistica di questo primo Capitan America è palese, e non fu mai negata da Kirby che, ebreo, aveva i suoi buoni motivi di avercela coi tedeschi; lavorò ai primi 35 episodi, divertendosi a rappresentare gli esponenti dell’Asse Roma-Berlino come dei mostri bavosi senza scrupoli e pietà. A parte questo, conferì alle scene di battaglia uno stupefacente “senso dell’Azione”, cominciando a sperimentare sulle figure – disposte all’interno di spettacolari splash-pages - le sue celebri ed enfatiche pose plastiche; certo, siamo ancora distanti dalla piena maturità del suo stile, ma il talento del giovane Kirby è innegabile.
Cap riscosse un immediato successo e la “ditta” Simon & Kirby divenne sinonimo di fumetti di qualità.

Con la fine della guerra però il personaggio di Capitan America - che aveva la sua ragione d’essere proprio nel conflitto mondiale - perse il suo fascino, le vendite calarono vertiginosamente fino a costringere la Timely alla chiusura della testata. La coppia Simon-Kirby proseguì incessantemente a sfornare albi, lavorando sui più svariati titoli: verso la metà degli anni ’50 i due avevano realizzato storie praticamente per tutte le case editrici di Comics, dalla Archie alla National (futura DC), dimostrando di saper gestire egregiamente ogni tipo di genere; come racconta lo stesso Kirby, gran parte del loro successo era frutto di felici intuizioni ma anche di scelte oculate, come accadde con gli albi “romantici”: << C’erano già i “Pulps”, romanzi a dispense con storie d’amore, e c’erano delle apposite sezioni sui quotidiani. Per non parlare del Cinema. Come ti guardavi intorno, non trovavi che storie d’amore! Così mi venne in mente che non ci eravamo mai occupati di storie di quel genere: io e Joe passammo una notte intera a riflettere e alla fine uscì un titolo...>>.

Le vendite diedero ragione ai due autori e Young Romance, riconosciuto come il primo Comic-Book “romantico”, fece scuola. Ma Simon e Kirby continuarono ad occuparsi ovviamente anche di Supereroi (Guardian & the Newsboy Legion, Manhunter), lavorando insieme fino al 1956, anno in cui Simon abbandonò definitivamente i fumetti per dedicarsi alla pubblicità. Kirby, rimasto da solo, continuò a collaborare con la National, illustrando alcune storie di Green Arrow e, soprattutto, creando gli Esploratori dell’Ignoto (The Challengers of Unknow), un quartetto di eroi coinvolti in avventure fantastiche e soprannaturali, che fece da vero e proprio “ponte” per la creazione, qualche anno più tardi, dei Fantastici Quattro.

Alle soglie dei ‘60 Kirby viene richiamato alla Timely, ora diventata Atlas e diretta da un giovane di nome Stanley Lieber, in arte Stan Lee. Ufficialmente, con lui Kirby cominciò a realizzare decine di storie Western e Horror, fino a quando, un giorno << Andai agli uffici della Marvel e c’era della gente che stava portando via la mobilia. Ma io avevo bisogno di lavorare! Avevo una famiglia e una casa, e all’improvviso la Marvel chiudeva i battenti! Stan Lee stava piangendo, su una sedia. Non sapeva che fare, era appena uscito dall’adolescenza. Gli dissi di non piangere. Gli dissi: “Và da Martin (Goodman, N.d.A.) e digli di smettere di smantellare tutto; gli farò vedere che è possibile riprendersi, con dei buoni fumetti >>.

BIG-BANG

<< Quando sono andato a lavorare alla Timely ho incontrato Stan Lee, era un ragazzino di 13 anni circa. Con Joe (Simon, N.d.A) stavamo ancora facendo Capitan America. Era uno scocciatore, ma non potevo far nulla contro di lui perché era il cugino dell’Editore, andava su e giù per New York a fare le commissioni che gli chiedeva. Poi, quando tornai alla Marvel alla fine degli anni Cinquanta, ovviamente ce lo ritrovai >>.

Già da queste brevi parole di Kirby emerge subito la sua scarsa simpatia nei confronti di Lee, l’uomo unanimemente considerato il papà dell’Universo supereroistico più famoso (e remunerativo) al mondo. In particolare, l’idea innovativa attribuita a Lee è quella dei “Supereroi con Superproblemi”: il pubblico, stanco di confrontarsi con imbattibili uomini d’acciaio, aveva bisogno di qualcosa di più vicino a sé, che affrontasse le sue stesse paure quotidiane; non alieni umanoidi, bensì uomini travolti da una situazione aliena: gli eroi in costume presero così a considerare i propri superpoteri più come una maledizione, che come un dono; mentre Superman nascondeva la sua superiorità dietro l’aspetto comune di Clark Kent, loro ERANO persone comuni costrette ad indossare una maschera per preservare le loro vite private dalla diffidenza e dal disprezzo dei coetanei (Spider-Man).

Fu spinto da questa idea di base che esplose, come in un grande Big-Bang, l’Universo Marvel: nel 1961 arrivarono i Fantastici Quattro, seguiti a ruota da Thor, Hulk, Iron Man e gli X-Men, fino al “ripescaggio” di Sub-Mariner e Capitan America. Come è noto, Il successo fu senza precedenti e ridefinì per sempre il modo di concepire il genere. Kirby, ben temprato da anni ed anni di lavoro nel campo, realizzò centinaia di tavole avvincenti, definendo per la prima volta i caratteri topici dei singoli personaggi, dalla pelle rocciosa della Cosa al viso deforme di Hulk; mese dopo mese fissò sempre di più il suo tratto pulito ma possente, agendo sulle figure in maniera volutamente eccessiva rispetto ad un trattato di anatomia classica, ma conferendogli una dinamicità assolutamente perfetta per il Medium-Fumetto. Grazie anche alla rivoluzionaria disposizione delle vignette all’interno della tavola, gli eroi di Kirby balzavano alla volta dei nemici rompendo la prospettiva, sferrando pugni che sembravano quasi poter raggiungere il lettore; ma dalla dalla sconfinata fantasia del Re uscirono anche Villain indimenticabili: sia che fossero mostri mutati dall’aspetto ripugnante, che alieni corazzati dalle tute cibernetiche, rappresentarono qualcosa di mai visto prima. Così come le iper-tecnologiche città aliene e le colossali navicelle spaziali che scendevano sulla terra, col loro carico di androidi senzienti.
Nel giro di qualche anno, Kirby aveva praticamente dato forma e sostanza a tutti i nuovi personaggi della Casa delle Idee, lavorando su decine e decine di albi…

Sebbene velocissimo nel realizzare gli episodi, si ritrovò ben presto sommerso di lavoro; motivo che spinse Lee (che era pur sempre il “Direttore Artistico” della casa editrice) ad assegnargli le sole matite delle tavole, lasciando ad inchiostratori, coloristi e letteristi, il compito di completarle per la stampa. Ed è qui, secondo la versione del Re, che casca l’asino. Lee infatti, a suo dire, sarebbe “reo” di una totale inezia sul lavoro: << Io e lui non abbiamo mai collaborato a niente! Non gli ho mai visto scrivere nulla. Le storie che ho disegnato me le sono sempre scritte da solo, sceneggiate e dialogate. Se Lee aveva bisogno di qualche dialogo per una storia, se lo faceva sempre fare da qualcuno dell’ufficio. Io scrivevo i dialoghi sul retro delle tavole, non avevo mai il tempo di fare una sceneggiatura prima (…). A quel punto Stan Lee le passava a qualcun’altro e poi risultava che ne aveva scritto lui i dialoghi. In questo modo guadagnava più soldi che come redattore. Ed è così che è diventato uno scrittore >>.

E ancora: << Stan è considerato il padre dell’Universo Marvel: metteva il suo nome da tutte le parti ed io non sapevo cosa fare (…) A casa scrivevo le storie e gliele consegnavo (…) Prima di scrivere i soggetti glieli accennavo appena per telefono, e a volte non elaborava neanche quelli (…) Non aveva idea di cosa fosse una mutazione, io invece studiavo questo tipo di fenomeni, seguivo i giornali e le riviste di fantascienza (…) uscii fuori con personaggi che nessuno aveva mai visto prima. Erano i Fantastici Quattro, e Thor…Anche i loro nomi li ho inventati io (…). Poi creai anche l’Uomo Ragno, e decidemmo di affidarlo a Ditko. Io disegnai la prima copertina dell’Uomo Ragno. Inventai il personaggio, il suo costume e le idee per le sue storie, ma non potevo fare tutto. Ditko era l’uomo giusto per disegnarlo, e fece un ottimo lavoro >>.

Nell’intervista al Comics Journal Kirby parlò ancora, a ruota libera, del suo primo periodo alla Marvel, rivelando numerosi “retroscena” sulla genesi dei suoi Supereroi e sollevando, chiaramente, un vespaio di polemiche attorno all’argomento. Ma a mio avviso, ciò che prima di ogni cosa traspare dalle parole di Kirby, è una sorta di rabbiosa malinconia per non aver ricevuto quel riconoscimento che – almeno in parte – era convinto gli spettasse di diritto.

Al di là del tono astioso e forse anche un pò megalomane delle sue affermazioni (…Anche il Sgt. Fury è mio. E anche Pantera Nera...E Silver Surfer), è fuor di dubbio che Kirby collaborò spesso alla stesura delle sceneggiature delle storie che disegnava, introducendo elementi che non erano affatto menzionati nelle trame di Lee; così come è fuori discussione che prima del loro incontro Kirby fosse già una “star” mentre Lee, fino ad allora uno sconosciuto, salì alla ribalta proprio grazie a questa collaborazione. Ma è altrettanto vero che, insieme a lui, Kirby raggiunse risultati che non aveva mai raggiunto (né mai più raggiunse) da solo. Pertanto è lecito pensare che Lee fungesse sì da “ispiratore”, dando l’idea e lo spunto per le storie, ma che il resto lo lasciasse volentieri fare al Cartoonist.
Situazione che, alla fine, portò alla rottura: << I dirigenti si resero conto a poco a poco che stavo rendendo dei bei soldini. Dico i dirigenti ma mi riferisco ad un solo individuo. Stavo guadagnando più di lui…E accadde che lui cominciasse a pensare “Và all’inferno, questa roba me la prendo io” (…) e alla fine un uomo che non ha mai scritto una riga in vita sua (…) si è preso tutti i crediti come sceneggiatore (…) Non mi andava la situazione che si era creata, e dovevo comunque lavorare. Così andai alla DC, e cominciai a creare nuovi personaggi per loro >>.

Erano gli inizi degli anni ’70; la DC Comics accolse il Re a braccia aperte…
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